Da Brescia a Napoli, si moltiplicano le sentenze che condannato i Comuni per il frastuono notturno. L’Anci al fianco del sindaco di Napoli: «Non abbiamo le risorse e gli strumenti per intervenire»

L’estate è lontana e la «movida molesta» deve ancora raggiungere il suo picco. Nelle aule giudiziarie, invece, continua a fare un gran rumore. È di due giorni fa la sentenza che condanna il Comune di Napoli per aver «leso il diritto al riposo notturno e alla vivibilità nelle loro case» dei residenti di piazza Bellini, cuore del centro storico. In soldoni, dovrà pagare 33 mila euro a testa ad un gruppo di cittadini che l’hanno trascinato in giudizio.
In dettaglio la giudice Anna Maria Pezzullo ha quantificato il danno subito dai ricorrenti in 12 euro al giorno. Moltiplicato per 2.762 giorni, in pratica dal 2017, quando è iniziato il contenzioso. In totale il Comune dovrà sborsare 230 mila euro. Esultano i cittadini, riuniti nel «Comitato per la Vivibilità Cittadina», presieduto da Gennaro Esposito che è anche il loro legale e ora parla di «decisione storica». Il Comune, invece, annuncia che impugnerà la sentenza.
Ma il caso di Napoli è solo l’ultimo in ordine di tempo che riapre un dibattito iniziato nell’estate del 2023. Lo spartiacque in tema di «movida molesta» è infatti la sentenza della Cassazione del maggio di quell’anno. La Suprema Corte ritenne fondate le argomentazioni di un cittadino di Brescia, Gianfranco Parodi, che dieci anni prima aveva fatto causa al Comune che (guarda caso) era guidato da suo fratello Adriano, circa gli effetti dannosi per la salute della musica ad alto volume e degli schiamazzi notturni. Inoltre venne sancito che «in caso di immissioni rumorose nocive per la salute il Comune deve risarcire i danni».
Una sentenza che incoraggiò decine di comitati cittadini a promuovere cause e class action nei confronti dello loro municipalità. Da Torino a Verona a Catania, non si contano più le richieste di risarcimento per rumori molesti avviate o accolte. La sentenza della Cassazione diede anche la sveglia ai sindaci che in molti casi sono corsi ai ripari cercando di non pagare conti salatissimi per i centri storici zeppi di locali dove si tira tardi e non si sta per nulla attenti al livello dei decibel.
A Milano, dove oltre al frastuono si pone anche un problema di ordine pubblico, è addirittura intervenuta la prefettura definendo delle «zone rosse» e facendo scattare dei Daspo per i soggetti violenti. In altre grandi città, come Torino o Firenze, in estate si fa ricorso agli «steward della notte», mentre un po’ ovunque i sindaci cercano di limitare gli orari fino a quando è possibile tenere la musica ad alto volume.
«Anche nella nostra sentenza si fa riferimento alla decisione della Cassazione del 2023 — spiega l’avvocato Esposito —. Abbiamo fatto tre ricorsi relativi a tre zone della città. Nonostante la Cassazione sia chiara uno è stato rigettato. Eppure dovrebbe essere ormai assodato che gli schiamazzi e la musica a palla hanno gravi conseguenze per la salute». Ecco perché la giudice di Napoli, oltre al risarcimento, ha dato delle rigide prescrizioni. «Il Comune — scrive— deve far cessare le immissioni di rumore con l’interdizione dell’uso di strumenti musicali troppo rumorosi… con maggiore vigilanza… e con l’installazione di strutture fonoassorbenti».
L’avvocato Esposito a Napoli è pure consigliere comunale di maggioranza. Non le crea imbarazzo? «Certo che mi imbarazza, ma la salute dei cittadini viene prima di tutto. Temo che la politica cittadina sia poco sensibile su questi temi, vorrei che il sindaco ascoltasse di più le istanze dei cittadini». Il sindaco Gaetano Manfredi, che è anche presidente dell’Anci, replica con una nota in cui ricorda che «il Comune dal 2023 ha messo in campo una serie di azioni a tutela della vivibilità cittadina, in primo luogo attraverso il nuovo regolamento di sicurezza urbana che già prevede il divieto degli strumenti di amplificazione sia all’esterno dei locali che per strada».
Al suo fianco il sindaco di Ercolano Ciro Buonajuto, che dell’Anci è vice presidente con delega alla sicurezza e legalità. «È giusto impugnare questa sentenza — spiega —. Si tratta di una sentenza che lascia sempre più soli i sindaci. Noi non abbiamo le risorse e gli strumenti per limitare la movida molesta. Pensi che ci sono comuni turistici, che vivono tanto questo problema ma hanno un solo vigile urbano. Come fanno a vigilare e reprimere?». Invece di reprimere non possono limitare? «Noi siamo sindaci e dobbiamo trovare il giusto equilibrio tra libertà d’impresa e vivibilità dei cittadini».